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1684 · Un maremmano all’assedio di Buda

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Vienna è liberata: la crociata continua

“Dopo la battaglia. O si vince, o si perde. Nella vittoria render grazie a Dio, seppellire i morti, pubblicar la vittoria, esagerarla, proseguirla, incalzar le reliquie dell’esercito battuto, nè dargli tempo di raccogliersi”.

Così, con cesariana stringatezza, il modenese Raimondo Montecuccoli feldmaresciallo dell’impero, prescriveva che ci si dovesse comportare dopo aver sbaragliato il nemico: perché una battaglia vinta è tanto più importante non quanto più alto è il numero dei nemici caduti, ma quanto migliori sono i risultati che si riesce a ricavarne. Ma, all’indomani della liberazione di Vienna, il 12 settembre del 1683, che in seguito all’arrivo delle truppe asburgo-imperiali comnadate da Carlo duca di Lorena e di quelle polacche guidate da re Giovanni III (che meglio forse conosciamo col nome di Jan Sobieski) era stata sgombrata da un assedio turco che ormai la cingeva da circa due mesi e l’aveva ridotta allo stremo, anche le truppe cristiane erano sfinite: non esistevano le energie e la volontà necessarie, e forse nemmeno le condizioni obiettive, per seguire le indicazioni del saggio feldmaresciallo.

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